Aggiornamento sulla questione numerazione fatture. Non ho parole, solo parolacce (vedi risoluzione n. 1/E del 10 gennaio 2013)

Peraltro, qualora risulti più agevole, il contribuente può continuare ad adottare il sistema di numerazione progressiva per anno solare, in quanto l’identificazione univoca della fattura è, anche in tal caso, comunque garantita dalla contestuale presenza nel documento della data che, in base alla lettera a) del citato articolo 21, costituisce un elemento obbligatorio della fattura.


Nel caso vi fosse sfuggito (come sia possibile lo ignoro, visto che il decreto legge è dell’11 dicembre ed entra in vigore 20 giorni dopo…): il decreto legge n. 216 dell’11 dicembre 2012, detto dagli amici “salva infrazioni”, contiene diverse disposizioni relative alla fatturazione. La più importante, visto che tocca qualunque azienda a prescindere da rapporti con l’estero, è che la fattura “deve avere un numero progressivo che la identifichi in modo univoco”.

In altre parole: niente più numero progressivo che riparte ad inizio anno ma numero identificativo univoco (es. 2013-1, 2013-2, ecc.). Ulteriori dettagli sono disponibili su vari siti di associazioni di categoria (ad esempio questo), anche se

Così operando, si ritiene sia garantito il rispetto della progressività e della univoca identificazione previsto dalla norma. Sull’argomento è necessario un chiarimento dell’Agenzia delle entrate peraltro già richiesto dalle case produttrici di software.


Deducibilità auto 2013

21 dicembre 2012

Dal 1° gennaio 2013 (tra 10 giorni, non tra un secolo) la deducibilità delle spese relative agli automezzi non strumentali per le aziende non sarà più del 40%. La legge Fornero l’aveva portata al 27,5% qualche mese fa, la legge di stabilità (art. 12 comma 22) l’ha ridotta ulteriormente al 20%. Là fuori ci sono paesi civili che considerano queste spese deducibili al 100%, ma facciamo finta di nulla.

Primo dubbio: è confermata questa modifica oppure manca ancora qualche giro in parlamento?

Secondo dubbio: e l’IVA? Rimane detraibile al 40% oppure passa al 20%? Su questo punto non sono ancora riuscito a trovare uno straccio di risposta.

Faccio un esempio per i meno pratici: se nel 2012 ho avuto costi per 5.000 € (carburante, manutenzione, quote di ammortamento per l’acquisto, ecc. ecc.), potevo dedurre costi per 2.000 €. Dal 2013 i costi deducibili saranno la metà, quindi mi troverò a pagare tasse su 1.000 € in più (per chi non avesse ancora capito che per aumentare le tasse non serve toccare aliquote e scaglioni).

Secondo voi un’azienda che stimoli avrà ad acquistare un’auto nuova? Zero. Questo probabilmente contribuirà a dare il colpo di grazia al mercato delle automobili in Italia.

Senza contare che la deducibilità dei costi viene costantemente ritoccata al ribasso ma non si va a toccare il limite massimo di deducibilità per l’acquisto. Altro esempio pratico per chi ha mai avuto la fortuna di tenersi la contabilità:

  • acquisto un’automobile del valore di 20.000 € + IVA (24.200 € iva compresa). Non stiamo parlando di SUV o macchine di lusso, ma di una caspita di monovolume diesel;
  • il valore massimo che posso scaricare è di 18.076 €. Da dove arriva questo strano valore? Semplice: sono 35 milioni di Lire convertiti in €. Personalmente non sono nemmeno riuscito a capire quando è stato introdotto quel limite, di sicuro al tempo ci compravi un Mercedes top di gamma con quei soldi;
  • il coefficiente di ammortamento (il massimo che posso scaricare ogni anno) per le automobili è del 25%.

In termini pratici:

  • dei 20.000 € effettivamente spesi posso scaricare il 20% di 18.076 €, cioè 3.615,20 €
  • questa strabiliante cifra la devo spalmare su 5 anni: il primo anno scarico il 12,5 % (451,90 €), gli anni successivi il 25% (903,80 €)

Siete ancora convinti che convenga fare impresa in Italia?

P.S. non sono un ragioniere né un commercialista, se ho scritto vaccate avvisate 😉


Estratto dal Disegno di legge di riforma del mercato del lavoro 

Art. 71 – (“Misure fiscali”)
1. All’articolo 164, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917, sono apportate le seguenti modificazioni:
alla lettera b), le parole “nella misura del 40 per cento” sono sostituite, ovunque ricorrano, dalle seguenti parole “nella misura del 27,5 per cento”;
alla lettera b-bis), le parole “nella misura del 90 per cento” sono sostituite dalle seguenti parole “nella misura del 70 per cento”.

Tradotto: un lavoratore autonomo a partire dal 2013 scaricherà il 27,5% per tutte le spese relative ad acquisto, gestione e manutenzione dell’automobile (-31% in un colpo secco, dietro al collo). Se già era assurdo scaricare il 40% per un’automobile utilizzata al 90% per lavoro (nel mio caso), figuriamoci con il 27,5%.

Dal momento che il periodo è florido e le assicurazioni costano poco, si presuppone che un artigiano possa acquistarsi un’autovettura immatricolata autocarro e mantenerne due per recuperare un po’ di spese? Già che siamo sull’argomento, quanti altri secoli bisognerà aspettare per aggiornare il limite preistorico sull’acquisto di 18.075,99 € (ex 35 milioni di lire)?

Prevedo un futuro roseo per le società di noleggio a lungo termine e i dipendenti con auto aziendale, non solo per artigiani, professionisti (a cui tocca pure la stangata sui contributi) & C.


Questo post serve sostanzialmente come promemoria e riferimento personale per il sottoscritto che:

  • sta pagando da quattro anni la tassa di concessione governativa (12.91€/mese);
  • attualmente ha un abbonamento business con H3G, la quale si riserva il simpatico diritto di addebitare una penale di 365€ in caso di disdetta anticipata (a due mesi e mezzo dalla scadenza naturale di un contratto da 39€/mese).

Circolare dell’Agenzia delle Entrate n.47/E del 18 giugno 2008, punto 3.4 (documento in formato PDF)

D. Le spese per l’acquisito di ricariche telefoniche o schede prepagate connesse all’uso dei telefoni cellulari utilizzati nello svolgimento dell’attività professionale sono deducibili nel limite dell’80% dal reddito del professionista?

R. L’art. 1, comma 402, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 – Legge finanziaria 2007 – attraverso la modifica dell’art. 54, comma 3-bis, del TUIR,) ha fissato anche per i lavoratori autonomi all’80% il limite di deducibilità delle quote di ammortamento, dei canoni di locazione anche finanziaria e di noleggio nonchè delle spese di impiego e di manutenzione relative ad apparecchiature terminali per servizi di comunicazione elettronica ad uso pubblico di cui alla lettera gg) del comma 1 dell’art. 1 del codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259.

Nella risoluzione 17 maggio 2007, n. 104/E è stato evidenziato che i suddetti limiti fiscali operano sia per la telefonia fissa che per quella mobile, sempre che utilizzata nell’ambito della attività professionale o artistica, nonché per i beni (materiali ed immateriali, ivi compreso il software) utilizzati per la connessione telefonica operata nell’ambito dell’attività artistica o professionale, limitatamente a quelli indispensabili per il collegamento alle suddette linee telefoniche.

Stante il tenore della norma, devono essere ricondotte nell’ambito delle spese deducibili anche quelle sostenute per l’acquisto delle ricariche telefoniche ovvero delle schede prepagate trattandosi di costi relativi all’impiego dei servizi telefonici.

Resta inteso che, ai fini del riconoscimento della deducibilità dal reddito di lavoro autonomo, i predetti costi siano connotati dei requisiti della inerenza (all’attività professionale o artistica svolta) e della tracciabilità della spesa (che sia stata effettivamente sostenuta dal contribuente e che siano note le modalità di pagamento utilizzate)

A settembre chi me lo fa fare di aprire un nuovo contratto business con un altro operatore, vincolarmi per 24 mesi e pagare 309.84€ allo stato per la concessione governativa?


Il lavoratore autonomo

11 ottobre 2008

In clamoroso ritardo – guarda caso per colpa di ritmi di lavoro allucinanti, giusto oggi pomeriggio mi sono imposto di prendere una pausa – mi collego al post di Federico sulla situazione (e la disorganizzazione) del lavoro autonomo in Italia. Lo spunto è interessante, e mi piacerebbe davvero che ne uscisse qualcosa di utile (e sarei grato a tutti, commentatori compresi, se non la si buttasse in politica con simpatie e antipatie varie).

Cosa faccio per vivere

Mi presento: mi chiamo Francesco e sono un alcolista lavoratore autonomo.

Ho iniziato a lavorare nel 1999 tenendo corsi di informatica all’interno di aziende. Negli anni sono passato attraverso le figure di co.co.co. (collaboratore coordinato e continuativo), dipendente con contratto a tempo indeterminato, di nuovo collaboratore e infine ditta individuale (da luglio 2004).

Quando mi chiedono “Che lavoro fai?” ho sempre qualche problema a rispondere, per cui taglio corto dicendo “il consulente”. Il mio lavoro principale consiste nel fare installazione e assistenza hardware e software, ma questo non toglie che occasionalmente mi occupi di sviluppo (piccole applicazioni in ambiente Windows) e siti web. Se proprio dovessi sintetizzare, vendo competenze più che beni materiali.

Ho la fortuna di avere un committente che mi garantisce un discreto numero di ore settimanali e allo stesso tempo mi offre flessibilità sufficiente per seguire i miei clienti: grazie a questo lavoro passo buona parte del tempo a stretto contatto con commercialisti e ragionieri, per cui posso anche sentire diverse campane sulle questioni fiscali.

Detto questo, non ho competenze in materia fiscale e non ho mai fatto un’ora di ragioneria nella mia vita, quindi i commenti sono a disposizione (con un ringraziamento anticipato) per correggere tutte le castronerie che avrò scritto da qui alla fine del post 😉

La giungla

Se hai deciso di metterti in proprio, preparati al caos: consulta 10 consulenti diversi, probabilmente otterrai 11 risposte diverse alla stessa domanda (perché almeno uno dei consulenti vorrà fornirti un’alternativa). Il problema non è la scarsa preparazione dei consulenti, quanto l’arretratezza di un sistema che si rifiuta di riconoscere (e inquadrare) professioni atipiche come quelle legate al mondo dell’informatica.

Verrai messo di fronte a scelte che non comprendi a fondo (quale codice attività usare, ditta artigiana oppure no, ecc. ecc.), per cui devi necessariamente rivolgerti ad un consulente di fiducia. Io ne ho scelto uno giovane, che mi desse la sensazione di essere costantemente aggiornato e che, soprattutto, non reagisse come la mucca che guarda passare il treno quando gli parlavo di siti web, e-mail e compagnia bella.

Preparati a pagare, tanto e spesso. Nel mio caso si comincia a pagare a febbraio (fissi dell’INPS e INAIL) e si finisce a dicembre con l’acconto dell’IVA: in totale ho contato 16 deleghe F24 per il 2007.

Non ho potuto aderire a regimi agevolati, per cui sono in contabilità semplificata. Incredibile ma vero, la contabilità me la tengo da solo: per un maniaco dell’ordine e della precisione come il sottoscritto, è fondamentale avere tutto sempre sotto controllo. Questo significa che non reagisco come il sopracitato bovino quando il commercialista mi parla di liquidazioni IVA o percentuali di ammortamento, e soprattutto non scopro all’ultimo minuto quanto devo pagare.

Vi assicuro che tenere una contabilità semplificata è operazione alla portata di tutti (con un inquadramento iniziale da parte del consulente), soprattutto per dei privilegiati come noi che non hanno bisogno di un consulente per gestirsi il computer. Per una ditta individuale le operazioni si riducono a poche tipologie: le fatture di vendita sono tutte identiche (meglio dettagliare in modo adeguato i conti di ricavo, per evitare di riprendere in mano tutto per gli studi di settore), per le fatture di acquisto è sufficiente stare attenti all’IVA e alla deducibilità di alcune operazioni (sostanzialmente spese auto e telefoniche), per i beni strumentali basta un minimo di manualità con Excel. Poi arriva la fattura intracomunitaria, e in quel caso il diritto alla bestemmia è sancito dalla costituzione.

Gli studi di settore

Quello che penso degli studi di settore l’ho già scritto più volte su questo blog, per cui non mi dilungo. SI tratta di un modello teorico che stabilisce, in base a parametri fuori dal mondo, quanto dovresti dichiarare. Una scatola nera che, dati in ingresso i dati della tua attività, non si limita a dirti “Sei un imprenditore di merda, datti all’ippica”, piuttosto spara sentenze del tipo “Avresti dovuto guadagnare Xmila euro in più quest’anno, se non l’hai fatto è perché stai imbrogliando quindi ti faccio pagare le tasse anche su quello che non hai dichiarato”. Non fa una piega.

I pagamenti e le delusioni

Fastidi e delusioni del lavoro autonomo:

  • mediamente il cliente paga a 30 giorni fine mese (per chi non è pratico: fatturo oggi, il cliente dovrebbe pagare il 30 novembre), nel caso di lavori più grandi anche a 30/60/90. La forma di pagamento più comune è il bonifico bancario, visto che la ricevuta bancaria non è una strada praticabile per la maggior parte delle piccole aziende;
  • se non hai massa critica sufficiente, il fornitore pretende pagamento cash al ritiro oppure anticipato. Se sei fortunato puoi pagare con carta di credito, almeno sposti l’incasso al mese successivo;
  • vieni trattato come un paria dal sistema bancario e finanziario. Per il finanziamento sull’acquisto dell’auto (la rata corrisponde a un decimo del mio fatturato mensile), hanno chiesto la firma di mio padre (pensionato) come garanzia. Mi è stato rifiutato un leasing per l’acquisto di un computer perché una ditta individuale non fornisce le stesse garanzie di una società: avrei potuto richiedere una valutazione fornendo dichiarazione dei redditi e compagnia bella, ma visto l’importo ho preferito evitare ulteriori perdite di tempo;
  • il sistema fiscale italiano non prevede la presunzione d’innocenza, casomai il contrario;
  • l’IVA viene pagata mensilmente o trimestralmente (pagandoci sopra degli interessi), quindi spesso ti ritrovi a pagare l’IVA per importi che non hai ancora incassato (e che potresti non incassare per mesi);
  • l’INPS prevede dei fissi belli sostanziosi, ossia quote che paghi a prescindere dal fatto di aver guadagnato qualcosa durante l’anno.

Ironia della sorte, giusto in questo periodo devo cercare di recuperare un cliente che pare sparito dalla faccia dalla terra (cellulare e linee staccate, non risponde alle e-mail, la sede è troppo lontana per andare a cercarlo armato di randello nodoso): alla fine, recuperare quei soldi mi costerà più di quello che avevo fatturato.

Conclusione

Non rimpiango la scelta di lavorare in proprio, fosse solo per la libertà di azione che mi garantisce. Se fosse solo una questione economica probabilmente non converrebbe: a parità di ore lavorate i guadagni non sono superiori a quelli di un lavoro dipendente, anzi, e le garanzie sono inesistenti.

Detto questo, mi piacerebbe avere un minimo di tutela in più da parte di uno stato che mi considera solo come un salvadanaio senza fondo.

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